Giorgio Pellegrini – Paolo Navale “LE SOLITUDINI DI UN’IDEA”

Giorgio Pellegrini – Paolo Navale “LE SOLITUDINI DI UN’IDEA”

Giorgio Pellegrini

“ Dada voleva distruggere l’arte, come parte di un mondo che aveva voluto la Grande Guerra. Dada rifiutava quel mondo. Warhol e gli artisti Pop non volevano distruggere o rivoluzionare un bel niente, men che meno il mondo. Al contrario. Io accettavano, lo amavano. E ammisero, semmai, che non esisteva altro ruolo per l’arte se non quello di procurare denaro. E da allora effettivamente non c’è stato altro da fare per le avanguardie. Il Dadaismo è tornato, ma non come protesta disperata contro un mondo intollerabile, solo con l’antica attitudine al sensazionalismo, la pittura da cavalletto è in ritirata. E’ il Concettuale oggi ad andare per la maggiore. Perché è facile. Consiste nel fare una cosa che chiunque sa fare e che solo le videocamere non sono capaci di fare: avere idee, ma non necessariamente buone idee”.

Così, pesante come la lama di una scure, si è espresso Eric Hobsbawm in una sua recente conferenza, intitolata “Dietro il tempo”.  Declino e caduta delle avanguardie del XX secolo. Una reazione dura, impietosa, alla noia infinita che certamente ingenera la gran parte del Concettuale: triste linguaggio che riflette un triste finale di secolo. Eppure sorprende il brusco totalitarismo critico di uno dei più acuti critici di uno dei totalitarismi della nostra epoca.

E’ vero: in genere il Concettuale rinuncia al piacere visivo, e si appoggia solo alla solitudine di un’idea, che il più delle volte non riesce neppure a trasmettere. E’ altrettanto vero però che un lavoro concettuale può diventare oggetto estetico in grado di provocare un’emozione, di trasmettere sensazioni. E allora può succedere che a scapito della sua sostanziale sterilità, anche il Concettuale sappia eccitare — a volte — la commozione profonda di chi guarda.

Viene da chiedersi insomma se l’inflessibile scetticismo di Hobsbawm si sia mai imbattuto nelle installazioni di Joseph Beuys, o di qualcuno dei suoi numerosi, giovani epigoni, come il sardo Paolo Navale. Giovane cosmopolita, diviso tra Nuoro e Londra. Navale ha vissuto, lavorato ed esposto, per quasi dieci anni dentro quel milieu artistico della capitale britannica dominato dalle scelte concettuali della Anthony d’Offay e le gallerie sorelle del West End. Ma non ha mai dimenticato la Sardegna; le Barbagie, il fascino e il mistero dei materiali, dei riti, più vicini alla sua memoria, alla sua anima.

Il progetto estetico di Paolo Navale è infatti coraggiosamente orientato alla ricerca di un nuovo equilibrio ecologico tra ambiente, mente e coscienza. Ne deriva una ricchezza operativa che incrocia spavalda il colore duro di riflessi indigeni con tutti gli orizzonti del Concettuale — dalla drammaturgia della Body art alle manipolazioni terricole della Land art — per inoltrarsi finalmente nell’oceano delle nebbie illuminanti, le caligini iniziatiche di quell’universo alchemico che già aveva conquistato Marcel Duchamp.

Non si smarrisce mai, Navale, nelle rotte avare dell’idea. Sapiente manipolatore di materiali, artigiano ironico: evita il labirinto delle parole non dette e resuscita invece — sciamano affabulante — le cose morte che ci circondano. Le racconta in maniera diversa da come le abbiamo ingoiate e dimenticate nella cecità del quotidiano. Ossidi, sale, olio, creta, fuoco, cenere, ferro, pietra: materiali come elementi semplici, primordiali, slittano nella scacchiera mentale di Paolo Navale con la mossa ambigua del cavallo, a cambiare continuamente posizione. L’olio su carta smette allora di essere tradizionale tecnica pittorica per diventare olio, letteralmente, succo d’oliva, a ungere sacrale — e odoroso — la superficie della carta, a macchiarla di segni e forme modellati poi dall’alito pulviscolare — cosmico — di polveri combuste, sparse sui fogli come piccole galassie appiccicose.

Unzione, assorbimento, combustione, mutazione: rituali alchemici per disegnare prepotenti allusioni organiche eppure tecnologiche, vescicole, alambicchi, ghiandole, lacrimatoi, storte, budelli. Apparati misteriosi, dal profumo acre, che catturano l’occhio quanto la mente. Ingegneria dell’assurdo scandita a riecheggiare, a volte, i ritmi biomeccanici di Duchamp o di Matta. Tutto questo è in mostra nel cuore di Berlino — sino alla fine di settembre —presso la Galerie Gesellschaft, accompagnato dalle sonorità siderali di Robert Rutman, il compositore preferito di Wim Wenders, eseguite personalmente dall’autore durante il vernissage del 5 agosto scorso.

Ma se siete curiosi di vedere il più grande ready made di Paolo Navale, basta andare a Nuoro. Seminascosta in un cortiletto, ai margini di piazza Italia, troverete (anno 2000)  la raffineria salina progettata e gestita dal signor Giuseppe Massidda, autentico environment scoperto ed eletto a opera d’arte da Navale nel 1999.

Tre piccole stanze, zeppe di primitivi macchinari in moto perpetuo, e un mare di sale.

Sale marino, puro, non sbiancato al cloro ma raffinato mediante un’antica tecnica artigianale capace di risparmiarne tutte le proprietà, e la luce: quella magica fosforescenza che credenze millenarie vogliono emani.

Fino, grosso, impacchettato, impilato, stivato, ammucchiato a cumuli dappertutto, silenzioso e opalescente, conservante, disinfettante, deumidificante, straordinariamente presente, in questo suo incredibile santuario: il sale scricchiola sotto le suole, ti circonda, ti abbaglia — ti commuove. Ti prende in una inaspettata, luminosa sinestesia di suoni, colori, odori, sapori e finisci per sentirlo, “scoprirlo”.

Ma non solo: «Qui— scrive Paolo Navale — l’etica si sostituisce all’estetica mediatizzata di cui siamo tutti portatori sani e qui diventiamo osservatori di un fatto antropologico, di un rito antico ancora celebrato: quello della raffinazione del sale, del quale non siamo più semplici osservatori ma autenticamente partecipi».

E si afferra l’intento struggente di questo giovane visionario barbaricino tutto intento a inventare questo nuovo equilibrio “ecologico” tra ambiente, mente e coscienza: dove archeologia industriale, scienza della nutrizione, cristallografia e alchimia si fondono in una miscela ad alto potenziale estetico.

Dal Laboratorio del sale di piazza Italia, Paolo Navale ha ricavato un’installazione — I codici del sale — articolata sulla giustapposizione di cristalli salini e raggi laser, nel buio di un’interazione neo-alchemica di cui non è difficile prevedere i sicuri effetti spettacolari.

Con sincero egoismo indigeno, resta solo da augurarci che anche questo non succeda in Germania, o chissà dove, oltre il Tirreno.

Pubblicato in L’Unione Sarda. Anno: 2000.